giovedì 18 settembre 2014

Presentazione di Dodici Città a Velimna 2014

Con Tinia, il principale dio etrusco
Lo stand al Cva di Ponte san Giovanni
Si è conclusa la bella esperienza di Velimna 2014 durante la quale ho avuto la possibilità di presentare Dodici Città in un ambiente affascinante e caratteristico. Infatti per un romanzo di ambientazione etrusca non poteva esserci scenario migliore dell'annuale festa organizzata a Ponte San Giovanni (Pg) dalla Pro Ponte: una "full immersion" di quattro giorni tra cibi d'epoca, figuranti splendidamente abbigliati e artigianato antico; il tutto reso ancor più interessante dalla sfilata durante la quale oltre trecentocinquanta figuranti hanno passeggiato per le vie del quartiere come i nostri antenati di due millenni e mezzo fa.

Approfitto per ringraziare non solo la Pro Ponte che mi ha permesso di prendere parte all'evento (in particolar modo Roberta Cardinali che, senza nulla togliere agli altri, è stata la mia referente nell'allestimento dello stand al Cva), ma anche tutti coloro che a vario titolo hanno contribuito al successo della manifestazione: Brigitta Santini, bellissima e preziosa collaboratrice, Silvia Meschini, per le tavole disegnate, Filippo Fagioli di Philms per l'intervista a margine della presentazione (visibile su YouTube), Leonardo Varasano e Rolando Zucchini, intervenuti come relatori.
Un momento della sfilata

Per chi vorrà, non mi resta che augurarvi buona lettura! Dodici Città ha l'ambizione di portarvi nell'Etruria di 2.500 anni fa per farvi vivere un'avventura ai confini del mito, tra storia e leggenda. Dardano, fabbro nato etrusco ma cresciuto a Roma, cosa farà quando Porsenna radunerà le Dodici Città etrusche per muovere guerra alla città sul Tevere? Seguirà il suo cuore o si farà sballottare dalle capricciose divinità che lo guideranno per mezzo della Lacrima della Luna? E cosa ne sarà dell'amore proibito tra la ninfa Agilla e Trasimeno?

Mi auguro che lo scopriate in molti. La festa di Velimna è terminata ma Dodici Città resta e potrete trovarlo in tutte le librerie!

M.B.


domenica 24 agosto 2014

Una Storia dimenticata: la battaglia di Bladensburg e l'occupazione di Washington D.C.

Il generale Robert Ross
Il 19 agosto 1814, nell'ambito della guerra anglo-americana del 1812-15, un contingente di quattromilatrecento veterani britannici agli ordini del generale Robert Ross prese terra nel Maryland, nei pressi di Benedicte, cittadina alla foce del fiume Patuxent. La Royal Navy già da un anno aveva il controllo effettivo delle acque della baia di Chesapeake, cosicché le operazioni di sbarco non incontrarono ostacoli. Il contingente era stato pensato per spostarsi rapidamente e disponeva di soli tre cannoni leggeri, ma compensava con ben sessanta batterie lanciarazzi, più facilmente trasportabili. L’esercito guidato da Ross era composto da quattro reggimenti di fanteria (il 4°, il 21°, il 44° e l’85°), uno di Royal Marines, uno di Marines coloniali (ex-schiavi liberati) e poco meno di trecento marinai. Si trattava interamente di veterani che avevano servito l’anno precedente in Europa sotto il Duca di Wellington, e lo stesso generale Ross si era fatto le ossa nella campagna appena conclusasi con la liberazione della Spagna dai francesi.
A Washington, nei palazzi del potere, allo sbarco seguirono momenti di concitazione. Il Segretario alla Guerra Armstrong non credeva veramente che l’obiettivo dell’attacco britannico fosse stato la capitale. Egli pensava piuttosto a Baltimora, città situata cinquanta chilometri a Nord-Est, che sarebbe stata certamente un obiettivo più significativo sia militarmente che economicamente. Aveva ragione a metà. Infatti gli ordini di Ross erano di marciare dapprima su Washington, e poi anche su Baltimora. Prima di tutto, gli inglesi erano intenzionati a mandare un messaggio all’America e al mondo. Per questo erano determinati a violare la città più simbolica: Washington D.C.

 La brigata britannica iniziò subito a risalire il corso del fiume Patuxent, distruggendo tutte le imbarcazioni che trovò lungo il cammino. Il 21 agosto, fu impegnata in una scaramuccia con alcuni miliziani del Maryland, e la notte seguente, dopo aver percorso circa sessanta chilometri tra paludi afose e miasmatiche, era ormai alle porte della capitale. Non c’erano forze americane significative tra gli uomini di Ross e il loro obiettivo, tanto che se il generale avesse proseguito la marcia, la mattina successiva sarebbe entrato in città senza trovare la benché minima opposizione. Invece si fermò per l’intera giornata del 23 agosto, per far riposare i suoi uomini e farli riprendere dal clima impossibile. Infatti le condizioni di caldo umido al limite della sopportabilità e la zona paludosa, avevano sfiancato molti soldati, appesantiti tra l’altro dall’equipaggiamento necessario. A causa della velocità con la quale era stata preparata l’invasione, la brigata non aveva sufficienti carri da trasporto, cosicché molti uomini erano stati costretti a trasportare un peso superiore al normale; pare addirittura che un paio di soldati collassarono a terra, morti.
Il comandante del decimo distretto militare americano (area nella quale ricadeva la capitale) era William Winder, un pavido ufficiale sovente tacciato di inettitudine dai posteri. Almeno aveva già avuto il battesimo del fuoco, poiché era stato catturato dagli inglesi sui Grandi Laghi, e restituito come da prassi nel corso di uno scambio di prigionieri. Egli inizialmente non sapeva se gli inglesi stessero puntando su Washington o su Baltimora cosicché, nel dubbio, rimase inattivo e perse tempo prezioso. Quando divenne chiaro che l’obiettivo più immediato era la capitale, Winder divise le forze in due colonne, in modo da presidiare i due possibili punti di accesso: quello meridionale e quello nord-orientale. Winder disponeva di forze regolari con il contagocce: appena trecento fanti e centoventi dragoni, che si trovavano a Washington per questioni legate più che altro al cerimoniale. Per difendere la città, fu quindi costretto a reclutare in tutta fretta una milizia tra i cittadini del Maryland. La popolazione rispose comunque con inatteso entusiasmo, ed in pochissimi giorni Winder riuscì ad armare circa seimila uomini, sebbene il bacino potenziale fosse di almeno il doppio. Inoltre, il contingente americano poteva contare su dieci cannoni di vario calibro, alcuni dei quali sottratti dalla difesa degli edifici cittadini più importanti. L’entusiasmo non mancava, e il terrore che si era diffuso tra gli abitanti della baia di Chesapeake fin dalle incursioni di Cockburn dell’anno precedente fu sufficiente a smuovere molti anche tra i più riluttanti. Tuttavia, determinazione e coraggio non sempre riescono a sopperire alla mancanza di preparazione e di addestramento.
E questo è ciò che avvenne alle porte di Washington. 

A mezzogiorno del 24 agosto 1814, una giornata scura e nuvolosa, il generale Ross, dopo aver sferrato un modesto diversivo verso Sud,  raggiunse Bladensburg, la porta d’accesso nord-orientale della città. In quel momento, gli inglesi erano ad appena sei miglia (nove chilometri) dalla Casa Bianca. Fu lì che Winder, prima di ritirarsi nelle retrovie in modo francamente disdicevole, aveva lasciato alle truppe americane l’ordine di “tenere la miglior posizione (…) e in caso di attacco resistere il più a lungo possibile”. Erano disposizioni che da sole trasudavano di drammaticità e di disperazione.
Comunque, la posizione degli inglesi non era del tutto favorevole poiché essi, per avanzare dal corso del Patuxent fin verso le linee americane, avrebbero dovuto attraversare il ramo orientale del fiume Potomac, scavalcato dal ponte di Bladensburg. Se fosse stato un comandante appena passabile, Winder si sarebbe assicurato di bruciarlo, ma a causa di un difetto di comunicazione tra lui e i suoi ufficiali, l’ordine non venne eseguito, e gli inglesi lo attraversarono senza problemi. Gli inesperti miliziani del Maryland, molti dei quali impugnavano un moschetto per la prima volta, si trovarono faccia a faccia con i veterani di Ross non appena questi ebbero superato il ponte.
Gli inglesi non persero tempo e caricarono subito il fianco sinistro. Poi investirono anche quello destro e, dopo averli entrambi scompaginati, attaccarono il centro dello schieramento nemico. Questo, attestato su alcune trincee poco profonde scavate in tutta fretta, fece fuoco sulla linea compatta delle giubbe rosse che marciava decisa in avanti. Un efficace fuoco di artiglieria supportò il tiro dei miliziani, ma i veterani inglesi, temprati dalla micidiale campagna condotta in Spagna, non si scomposero per qualche perdita, e continuarono a marciare con convinzione. A distanza di carica, i soldati di Ross innestarono finalmente le baionette, e assaltarono la linea americana provocando un fuggi-fuggi generale. Alcune salve di fucileria esplose sui fuggiaschi, bastarono a completare l’opera tra l’ilarità degli ufficiali britannici più anziani, i quali avevano persino scommesso su un esito del genere.
Quella di Bladensburg, fu senza dubbio una delle battaglie più ignobili della lunga storia militare americana. Per descriverla, sono ormai stati utilizzati tutti gli aggettivi più indecorosi; la calca e la foga di mettersi in salvo, fecero sì che diversi americani feriti furono calpestati dagli stessi commilitoni. Secondo Charles Bowe, un afroamericano che combatté quel giorno per il Paese del quale sentiva di essere parte, i miliziani corsero via “come un gregge di pecore”.
Artiglieri americani a Bladensburg
Ufficialmente, tra gli americani si contarono solo ventisei caduti, ma è molto probabile che nella confusione del momento le perdite non furono tutte registrate. Daniel Walker Howe, storico contemporaneo, scrisse che “si trattò della più grande disgrazia mai patita dai colori americani” e addirittura “l’episodio più umiliante della storia americana”.  Probabilmente questo non è lontano dal vero. Ad aggravare la situazione, Winder non aveva lasciato disposizioni precise su cosa fare in caso di ritirata, cosicché i superstiti si dispersero senza avere un luogo di raccolta preciso, e moltissimi ritornarono alle loro famiglie.
La battaglia si era conclusa in poco più di un’ora. Anche se gli inglesi a loro volta avevano patito una sessantina di perdite, soprattutto a causa dell’intenso fuoco di artiglieria, ora nulla più si frapponeva tra la spedizione punitiva degli uomini di Sua Maestà e la capitale degli Stati Uniti.

L’OCCUPAZIONE DELLA CAPITALE. Giunta notizia del disastro, a Washington si diffuse il panico. Chiunque fosse in grado di farlo, lasciò le proprie abitazioni sparpagliandosi nelle campagne, a piedi, a cavallo, e persino famiglie intere in carrozza. Anche il Presidente Madison, che aveva assistito alla battaglia da un’altura, dovette lasciare in gran fretta la Casa Bianca, costretto ad una evacuazione d’emergenza che si è ripetuta solo una seconda volta nella storia americana: l’11 settembre 2001, centottantasette anni dopo, con protagonista George W. Bush.
Prima di allontanarsi dalla capitale con tutto il governo, Madison ebbe premura di far rimuovere tutte le carte più importanti e i documenti di rilevanza nazionale dalle sedi governative, tra i quali le copie originali della Dichiarazione d’Indipendenza e della Costituzione. La sera stessa della battaglia, le avanguardie britanniche entrarono nella nuovissima città, la cui costruzione era stata ultimata solo tredici anni prima. All’inizio del XIX secolo, Washington D.C. aveva solo poche migliaia di abitanti (cinquemila quando venne completata nel 1801, forse saliti a ottomila nel 1814), la maggior parte dei quali la abbandonarono nelle ore intercorse tra la battaglia e l’ingresso delle avanguardie. Tutti gli altri, si barricarono nelle abitazioni, sprangando porte e finestre. Proprio a ridosso di uno dei primi edifici della città, all’angolo tra Maryland e Constitution Avenue, si verificò l’unico scontro a fuoco dell’occupazione, quando alcuni miliziani spararono da una finestra sui soldati in marcia, facendo una vittima e qualche ferito. Per rappresaglia, il palazzo venne immediatamente dato alle fiamme, ma è probabile che i cecchini fuggirono subito dopo gli spari.

Ben presto, Ross e i suoi reparti sfilarono su Pennsylvania Avenue al seguito della Union Jack. Si affacciarono ai cancelli della Casa Bianca appena evacuata e ne violarono il perimetro. La capitale degli Stati Uniti aveva solo pochi anni di vita, ma il suo valore altamente simbolico era già ben impresso nella coscienza degli americani. Come già detto, le intenzioni dell’esercito invasore non erano tanto quelle di occupare stabilmente Washington, ritenuto un obiettivo strategicamente trascurabile, quanto piuttosto quelle di “creare un effetto politico devastante” (Roger Morriss).
Quel 24 agosto 1814, fu senza dubbio una delle giornate più umilianti mai vissute dagli Stati Uniti; certamente la più umiliante fino a quel momento. In quelle ore di terrore e di incertezza, quando l’indipendenza stessa della Nazione – conquistata con il sangue dalla generazione precedente – sembrava appesa ad un filo, spiccarono la calma e la fermezza della First Lady, descritta dalle cronache del tempo come serena e fiduciosa, in mezzo ad un mare di panico. Secondo diverse voci diffusesi in seguito, fu proprio Dolly Madison in persona a rimuovere la pesante cornice del dipinto di George Washington che campeggiava nella residenza presidenziale per meglio metterlo in salvo. Tuttavia questa versione, circolata a lungo, è in realtà falsa, poiché Paul Jennings, uno schiavo ed un testimone oculare, più tardi riferì che “questo è totalmente falso. Non avrebbe avuto il tempo di farlo; sarebbe stata necessaria una scala a pioli per tirarlo giù (il dipinto ndr.). Tutto ciò che lei riuscì a mettere in salvo fu l’argenteria”. Jennings aggiunse che il dipinto, effettivamente messo in salvo, fu tirato giù da “John Susé (un francese che faceva il portiere e che è ancora vivente [al tempo in cui Jennings rilasciò questa dichiarazione ndr.]) e Magraw, il giardiniere del Presidente”. Lo stesso testimone aggiunse che “quando i britannici arrivarono (alla Casa Bianca) mangiarono la cena e bevvero i vini che avevo preparato per il Presidente”.
Poi i soldati portarono via diversi oggetti di valore, economico ma non solo, tra i quali anche le lettere personali che il Presidente aveva indirizzato alla moglie al tempo del fidanzamento. Quella notte stessa, dopo il bivacco, appiccarono il fuoco alla residenza presidenziale, aggiungendo del combustibile in modo che l’incendio non si esaurisse brevemente. L’ordine di incendiarla fu dato dal generale Ross in persona, il quale eseguiva una direttiva proveniente dal governatore generale del British Territory, George Prévost. Il gesto, oltre che a sfregiare i simboli più importanti del Paese nemico, era da intendere come rappresaglia all’incendio che le milizie newyorkesi avevano appiccato a York l’anno precedente. Secondo le leggi di guerra vigenti al tempo, non era illegale distruggere edifici pubblici di una Nazione nemica, purché venissero prese le misure adeguate ad evitare danni alla popolazione civile, cosa che a quanto pare Prévost si raccomandò di fare. Stessa sorte toccò, a stretto giro, a molti edifici che fino al giorno precedente erano stati i centri nevralgici della vita politica americana, compresa la sede del Congresso (Capitol Hill), del Dipartimento della Guerra e di quello del Tesoro.
Poche ore dopo la disfatta di Bladensburg, Washington D.C, era in fiamme!

La Casa Bianca in fiamme
 I danni prodotti agli arredi interni degli edifici incendiati furono pressoché totali, ma le spesse mura e una forte pioggia che iniziò a tamburellare quella notte stessa, permisero almeno di salvare le pareti esterne e i muri portanti. Diversi documenti andarono perduti, e la libreria del Congresso fu completamente bruciata. Secondo alcuni, le fiamme furono visibili lungo tutto il corso del fiume Patuxent, fino anche a Baltimora, ma in realtà la cosa appare poco probabile.   
Il giorno successivo, anche l’ammiraglio Cockburn volle entrare in città e, giunto di fronte alla sede del “National Intelligencer” (un quotidiano pubblicato nella capitale tra il 1801 e il 1867), ordinò di incendiarla, risentito dal fatto che poco tempo prima il giornale lo aveva definito “il Ruffiano”. A quel punto, pare che alcune donne residenti nell’edificio contiguo lo avessero implorato di ritirare l’ordine, temendo che le fiamme potessero estendersi alle loro abitazioni. Cockburn, convinto dalle argomentazioni, ordinò allora di smontare la costruzione “mattone per mattone”.
A partire dal pomeriggio del 25 agosto 1814 – unico giorno della storia nel quale Washington fu invasa da truppe straniere (un’altra capitale americana, Filadelfia, era stata invasa nel 1777) – , le condizioni meteorologiche continuarono a peggiorare, e gli incendi finirono per esaurirsi. A quel punto, le truppe inglesi furono loro malgrado coinvolte in due episodi drammatici che avvennero nel giro di poche ore, dando più tardi la sensazione agli americani che un ‘Fato’ luttuoso si fosse abbattuto sugli indesiderati occupanti. Il giorno precedente, evacuando la città, gli americani avevano lasciato 150 barili di polvere da sparo nei sotterranei di Fort McNair, probabilmente per dimenticanza. Gli inglesi, avendoli scovati ma non potendo trasportarli, si adoperarono per farli brillare. Ma durante l’operazione qualcosa andò storto e una deflagrazione devastante distrusse gran parte del forte, uccidendo almeno trenta soldati. Subito dopo quest’evento, quando i soccorsi erano ancora in pieno svolgimento, un gigantesco uragano con raffiche di vento e fulmini si abbatté sulla città. Alcuni alberi furono sradicati, molti tetti scoperchiati, e persino un tornado iniziò a formarsi nella campagna circostante e a dirigersi verso il centro cittadino. Diverse persone furono ferite, sia tra i soldati che tra i civili, e forse qualcuno restò ucciso. George Robert Glelg era un soldato britannico tra quelli che entrarono in città, il quale successivamente descrisse l’evento con queste parole: “i lampi e i bagliori (del temporale) sembravano rivaleggiare con le fiamme che ardevano dai tetti degli edifici incendiati, mentre i tuoni coprivano il rumore dei muri che si sgretolavano”. Tuttavia eventi estremi di questo tipo sono relativamente frequenti alla fine di agosto lungo la costa atlantica degli Stati Uniti e, anche se di solito tendono a verificarsi un po’ più a Sud, la capitale americana ne è stata vittima diverse volte.
Fatto sta che gli inglesi si ritirarono nella tempesta, cercando rifugio sulle navi ancorate nel Potomac, alcune delle quali vennero seriamente danneggiate. In questo modo, lasciarono di fatto la città dopo sole ventisei ore dall’ingresso delle avanguardie. Successivamente, la leggenda popolare americana, rafforzata dalla piega successiva presa dagli eventi, ha ammantato le sciagure di quel giorno con un’aurea di predestinazione, come se una sorta di ‘punizione divina’ avesse fatto giustizia dello scempio perpetrato.



In ogni caso, già il 25 agosto la brevissima occupazione e la peggiore giornata mai vissuta da Washington D.C. era alle spalle, e a poco a poco la vita riprese: la guerra continuava, certo, ma gli sfollati nelle campagne iniziarono a tornare nelle loro abitazioni (o in ciò che ne rimaneva) e il Presidente stesso, debilitato nel già gracile fisico da tre notti trascorse all’aperto, rientrò alla Casa Bianca il 27 agosto, accompagnato dalla moglie Dolly.
Come nuova capitale provvisoria nella quale trasferire il governo, fu proposta la città di Cincinnati, nell’Ohio, lontano da altre possibili incursioni britanniche. Ma Madison rifiutò categoricamente di trasferirsi, e fece riunire tutti i ministri nella sede generale delle Poste, uno dei pochi edifici pubblici rimasti in piedi. Il segnale non avrebbe potuto essere più chiaro. La ricostruzione della Casa Bianca iniziò al termine della guerra, e fu completata in due anni con l’aggiunta del famoso portico, in tempo per l’insediamento di James Monroe, il nuovo Presidente.

Gran parte degli oggetti trafugati quel giorno andarono purtroppo perduti quasi subito: tre mesi più tardi, la notte del 24 novembre 1814, nel corso di una tempesta, la nave HMS Fantome diretta in Inghilterra affondò al largo della Nuova Scozia, trasportando con sé gran parte dei valori (e rafforzando la cosiddetta ‘maledizione di Washington!’). Tuttavia, alcuni oggetti furono recuperati nel corso del tempo. Il fatto più curioso avvenne nel 1939, quando un anziano e distinto signore inglese che volle rimanere nell’anonimato, si presentò dal Presidente Franklin D. Roosevelt con una scatola di gioielli, asserendo di volerla restituire dopo che il bisnonno l’aveva trafugata dalla Casa Bianca nel 1814. Prima dell’incendio, inoltre, la residenza era nota semplicemente come ‘Casa del Presidente’ o ‘Palazzo del Presidente’ e comunque non aveva un nome ufficiale. L’espressione ‘Casa Bianca’ iniziò a circolare tra gli operai durante i lavori di ricostruzione, ed ebbe subito tantissimo successo. Fu adottata ufficialmente nel 1901. 

lunedì 18 agosto 2014

IL CANTO DELLA TERRA, di Helga Battaglini – RECENSIONE

 Helga Battaglini, talentuosa scrittrice toscana già autrice de I vessilli del Cielo, la Crociata contro i Catari (2011), propone in questi giorni il suo ultimo lavoro, Il Canto della Terra, edito da Leone Editore. “Una storia d’Amore e Resistenza”, come recita il sottotitolo del romanzo.

La vicenda narrata si svolge nei dintorni di Firenze nel 1944 e ripercorre le drammatiche vicende dei mesi che precedettero la liberazione dal nazifascismo. La storia d’amore è quella tra la diciassettenne Margherita, figlia della media borghesia con un padre prigioniero in Germania e una madre indaffaratissima a tirar su la famiglia, e Alceste, brillante astronomo di umile origine, laureatosi grazie alle borse di studio finanziate dal regime. Ciononostante, quando ad Alceste il governo proporrà di collaborare insieme all’alleato nazista alla realizzazione di una letale arma di distruzione di massa (all’epoca il confine tra fisica e astrofisica non era ben delineato), egli non se la sente di accettare e passa così, quasi con naturalezza, nelle fila della Resistenza partigiana, coinvolgendo la stessa Margherita.

La terribile guerra civile che dilaniò le famiglie e le amicizie, trasformando innocui vicini di casa in efferati mostri, rivive in tutta la sua spietatezza. Lo stile narrativo è ricco di particolari, così come i personaggi, originali e ben congegnati. Forse anche troppo, tanto che nella prima parte del libro i lunghi flash back biografici staccano dal filo della narrazione, ma ci può stare. Lungo il corso degli eventi Alceste delizia il lettore con memorabili dissertazioni scientifiche sull’origine degli astri (l’astronomia, una delle passioni dell’autrice!), e numerosi sono anche i riferimenti alle leggende popolari del luogo, che insaporiscono un piatto già di per sé gustoso; così come sono ben inseriti i lunghi e divertenti dialoghi in spiccato accento toscano e le bellissime descrizioni dei paesaggi. Qualcuno potrebbe chiedersi, come il sottoscritto, il perché di questo titolo: ebbene non sta a me svelarlo, basti dire che è una delle piccole sorprese che condiscono il volume e che l’autrice è molto brava nel centellinare tra le pagine.

L'autrice, nel corso di una presentazione
Lo sfondo storico sul quale si delinea la vicenda è reale: vi sono riferimenti a stragi realmente compiute dagli occupanti e a reali tentativi di contrastarle attuati dai partigiani, sempre sul filo della mannaia della legge Kesserling, un espediente criminale che sentenziava la morte di dieci italiani per ogni tedesco ucciso dai “terroristi”. Il confine tra bene e male però, come nella realtà, non è mai delineato da un solco invalicabile; e allora ecco che ben si collocano personaggi in antitesi al classico schema, un po’ sui generis potremmo dire, come Franz, soldato tedesco premuroso e colto, e “il Lupo”, tosto partigiano imbevuto di ideali e disposto a tutto per vederli tramutati in realtà.

Insomma, Il Canto della Terra è un libro per tutti che, con pacatezza e umanità, racconta una vicenda drammatica della storia italiana, senza inutili eccessi e senza cattiverie. Scorrendolo, il lettore si troverà immerso in pagine che trasmettono emozioni, e non c’è altro che si possa chiedere ad un romanzo.


M.B.

mercoledì 13 agosto 2014

Book Trailer di Dodici Città

Ecco lo splendido book trailer di Dodici Città, l'ultima fatica di Matteo Bruno, in libreria dal 27 agosto 2014 (Leone Editore). L'autore ringrazia Filippo Fagioli di Philms per lo splendido video realizzato, nonché Daniele, Laura e Antonio, che si sono gentilmente offerti alle riprese!

martedì 6 maggio 2014

E' un piacere presentare la splendida targa conseguita da Oro, Sole e Sangue al prestigioso Premio "Il Golfo".
Un sentito ringraziamento agli organizzatori. 



mercoledì 9 aprile 2014

RECENSIONE DI WOLWES, di Veronica Niccolai

Non più freschissimo negli scaffali delle librerie – Wolwes (edito da Leone Editore) è uscito in autunno – il romanzo della scrittrice toscana Veronica Niccolai resta una lettura piacevolissima e originale.
Protagonista della vicenda è Lidia, una diciottenne romana che trascorre le vacanze estive a casa dei nonni, sulle montagne bellunesi. Oltre ad incontrare gli amici di infanzia che non rivedeva da anni, la ragazza viene presto coinvolta in una serie di avvenimenti misteriosi e sconvolgenti che catturano ed incuriosiscono il lettore. In questo l’autrice è molto abile, sa tessere un velo di mistero senza però mai svelare le carte, almeno fino al gran finale. In che consistono questi accadimenti misteriosi? Ovviamente, come ben si evince dal titolo, nella presenza di inquietanti “lupi mannari” e mutaforma che si aggirerebbero tra gli abitanti del borgo, mescolandosi ad essi senza che sia ben chiaro il loro ruolo e la loro attitudine. Insomma, le classiche parti del “buono” e del “cattivo” non sono ben definite, ed anzi si ribaltano continuamente da un capitolo all’altro.

Non si impressionino i lettori: Wolwes non è affatto un romanzo cruento e sanguinario. Anzi, direi che l’originalità sta proprio nell’aver trattato un tema tipico dell’horror con la leggerezza di un romanzo sentimentale. Ed infatti lo smarrimento tardo-adolescenziale e il turbamento delle prime “cotte” è un altro dei punti forti del libro. La storia d’amore che, tra litigi e incomprensioni, sboccerà faticosamente tra Lidia e Ruben – quest’ultimo il rampollo della misteriosa famiglia de la Croix della quale tutto il paese bisbiglia, nel bene e nel male – è la storia che ogni adolescente sogna: corse in motocicletta, piccole fughe da casa e trasgressioni alle regole domestiche un po’ bigotte e retrò imposte dalla nonna. Ecco che gli ingredienti di una lettura accattivante sono serviti.

La scrittura è semplice e fluida, snella ma descrittiva allo stesso tempo, i personaggi ben caratterizzati. Simpatiche e stuzzicanti – soprattutto per i più giovani, che senz’altro vi si potranno rispecchiare – le conversazioni via chat che la protagonista intrattiene con l’amica lontana, con tanto di smiles sorridenti; splendide le illustrazioni che fanno da cornice ad ognuno dei dodici capitoli e ottimamente curata la linea grafica, così come la copertina. L’autrice,  già nota per essere parte del duo musicale Kimagure e per condurre un programma radiofonico molto seguito in Toscana (C'era una (s)volta), è spesso impegnata in tour di successo in molte librerie d’Italia, e tanto impegno merita.

Insomma Wolwes è il primo capitolo di una saga che promette di diventare un cult tra i giovanissimi, ma non solo. Originale infatti è l’ambientazione, un urban fantasy che, se da un lato richiama un famoso colossal hollywoodiano come Twilight, dall’altra ha il pregio e il sapore dell’italianità. Non resta che attendere l’uscita della seconda parte. Dopotutto, se in così breve tempo la trama è stata opzionata per una versione cinematografica, un buon motivo dovrà pur esserci. Buona lettura!

M.B.


Nota: per chi volesse essere informato sullo Wolwes-Tour o su altri dettagli del romanzo, questo è il link da seguire:  http://veronicaniccolai.blogspot.it/

lunedì 7 aprile 2014

INTERVISTA A ROLANDO ZUCCHINI, ARTISTA UMBRO

Rolando Zucchini, dalla laurea in matematica alle arti. Lei ha iniziato la sua carriera negli anni ’80 con la pittura, perché oggi ha sentito il bisogno di cimentarsi nella narrativa? E quali differenze e/o analogie ha riscontrato tra queste due “sfere” dell’arte?
> Nel 1994 mi sono trasferito a vivere nell’antica dimora dei miei avi, in cima al paese natio. Qui sono stato assalito dai ricordi e ho avvertito l’esigenza di raccontare memorie su alcuni personaggi singolari, tradizioni e leggende. Nei primi anni del duemila ho iniziato a scrivere brevi racconti che sono confluiti nei miei due romanzi, La leggenda dei Turri (2009) e Il Regolo incantatore (2011). La scrittura, così come la pittura, necessita di una lunga e lenta maturazione per raggiungere una tecnica e uno stile congeniali al nostro modo di essere e di esprimerci, alla nostra individualità; predisposizioni, attitudini, interessi. Forse la pittura, soprattutto la pittura astratta nella quale mi sono fin da subito immedesimato, offre una maggiore libertà; mentre la scrittura è più rigida, severa, e abbisogna di regole che non possono essere trasgredite.
    
Il suo racconto fantascientifico Alea (Leone Editore, 2013) è incentrato su una minaccia che         incombe sulla Terra. È solo un’opera di fantasia o sottintende un qualche insegnamento che dovremmo trarne?
> Quasi tutti gli scienziati concordano che il nostro pianeta sta soffrendo. Il riscaldamento globale potrebbe causare danni irreversibili. Alea narra di ciò che potrebbe accadere tra due - tremila anni. Sembra un futuro lontanissimo, ma noi siamo qui dopo milioni di anni di evoluzione a studiare le antiche civiltà. La catastrofe finale può essere evitata se l’uomo prenderà coscienza di essere uno straordinario viaggiatore cosmico su una meravigliosa astronave che è la nostra Terra. Amarla, rispettarla, darle la possibilità di rigenerare le energie e le risorse è condizione indispensabile per continuare il nostro viaggio nel cosmo.

Al contrario Il mestiere di Rina, in uscita in questi giorni, è in apparenza una storia dai connotati molto più terreni, eppure il protagonista – Dario Morganti – è sempre lo stesso. Come definirebbe questa sua opera?
> I quattro romanzi fin qui da me pubblicati hanno tutti come personaggio principale Dario Morganti. È un personaggio costruito su ricordi autobiografici, combinati con l’immaginazione per adattarli a situazioni paradossali, fantastiche, assurde. Il mestiere di Rina è la storia di un amore insolito e bizzarro. Le vicende di Rina e Dario sono intercalate con cinque brevi racconti di tragici amori di epoche diverse, recuperati da cronache popolari e fonti storiche.

C’è un autore o un genere letterario al quale si ispira più di altri?
> Difficile dire. Fin da bambino, e poi da ragazzo, passavo intere notti a leggere fumetti di avventure e romanzi di numerosi autori: Italo Calvino, Paolo Volponi, Hermann Hesse e tanti altri. Non credo che i miei testi siano riferibili a un genere letterario preciso. Sinceramente, non sono in grado di organizzare una trama lunga e complessa. Mi limito a scrivere corti romanzi (a me piace definirli romanzetti) accumulando episodi sparsi tra fantasy, storico, giallo, fantascienza, e chissà altro, che s’incastrano a mosaico e si legittimano nella cornice finale.

Infine, quali progetti ha per il suo futuro letterario? C’è un messaggio che si sente di comunicare ai lettori del blog?

> Conclusa la tetralogia dedicata alle avventure di Dario Morganti, sto creando un nuovo personaggio, un matematico umbro di fine ottocento. Spero di farcela. L’unico messaggio che mi sento di comunicare ai lettori del Tuo blog è di cercare un qualsiasi modo per dare sfogo alla propria creatività, ai desideri e alle aspirazioni.

Per chi volesse saperne di più, Rolando Zucchini vi aspetta insieme alle sue opere (letterarie e non) venerdì 25 aprile all'inaugurazione della sua mostra personale alla Galleria 121, in zona San Sisto a Perugia.