martedì 21 giugno 2016



Ecco il booktrailer di Syracusa, che dopo mille difficoltà ha finalmente visto la luce!

Grazie a tutti coloro che hanno contribuito mettendoci la faccia (letteralmente!), lavorando dietro le quinte o fornendo il materiale scenografico!

Cast: Lucrezia Lucchetti, Antonio Garritano, Federico Papagno, Michele Tomassoni.

Foto: Andrea d'Ambrosio.

Crediti: STUDIO ZETA DODICI; Musica: www.bensound.com

Costumi: Pro Ponte Etrusca onlus; Legio Prima Taurus.

matteobrunoscrittore.blogspot.com;
Facebook: Matteo Bruno Scrittore.

martedì 1 dicembre 2015

Syracusa alla conquista della Sicilia....

Recentemente sono stato in Sicilia per promuovere il romanzo Syracusa, ambientato nella (quasi) omonima città nel V sec. a.C. durante la guerra del Peloponneso e il conseguente l'assedio ateniese.
Sono stati pochi giorni ma intensi e ricchi di soddisfazione, dei quali ho anche approfittato per dare un'occhiata a qualche gioiello meno noto della Sicilia orientale come la città di Noto (capolavoro barocco) e il promontorio di Capopassero, punta estrema dell'isola, raggiunta in una giornata ventosa nella quale l'incrocio delle correnti di Ionio e Tirreno dava vita ad un vero spettacolo naturale!

Ho gustato buon cibo (purtroppo non mangio pesce e mi sono perso qualcosa, lo so!), goduto del calore del Sud (anche grazie alle temperature primaverili) e conosciuto persone stupende, che mi hanno fatto sentire come fossi a casa. Desidero ringraziare il mio amico Antonio, che mi ha accompagnato fin lì per tutta la durata del soggiorno, il collega scrittore Francesco Veutro, che ha organizzato per me una serie di incontri in libreria a Catania accompagnandomi personalmente a ciascuno di essi, il professor Davide Tanasi, che già aveva rivisto le bozze del mio romanzo e che, in sede di presentazione, ha speso per me ottime parole; oltre a loro il professor Paolo Giansiracusa, direttore dell'Accademia di Belle Arti della città aretusea, nella quale si è svolta la prima di Syracusa, gentilissimo nell'avermi ospitato e nell'avermi fatto dono di splendide tavole relative alla città archeologica. E ancora, la libreria Casa del Libro, a Ortigia, la Mondadori Point di via Umberto a Catania e la Sofà delle Muse a Sant'Agata Li Battiati, oltre ad Antonella di Globus Radio Station, che insieme a Francesco mi ha ospitato nel suo programma radiofonico.
E poi, come non parlare del mio amico disegnatore Andrea Nero Cavargini, autore dello splendido disegno sottostante?

Insomma, come avrete capito l'elenco dei ringraziamenti è davvero lungo e non posso proprio citare uno per uno tutti quelli con cui ho parlato del mio libro, cui ho stretto la mano o che mi hanno dato fiducia acquistando una copia del mio lavoro. A tutti voi dico GRAZIE DI CUORE, tornerò presto!

Il disegno di Andrea Nero Cavargini, raffigurante Nicone sulla groppa del fedele Lukon davanti tra i templi e i papiri della Siracusa antica.. E in cielo non poteva mancare Klizia, la sua donna, nonché voce narrante del romanzo.

Capopassero, all'estremità meridionale della Sicilia.. di fronte, solo il vento e l'infinito!

La magica Ortigia, vista dal castello Maniace

Un collage di alcuni scatti della presentazione che si è tenuta all'Accademia di Belle Arti di Siracusa

giovedì 16 aprile 2015

Dodici Città premiato al Concorso "Il Golfo"

Anche quest'anno la partecipazione al concorso di Poesia e Narrativa "Il Golfo" di La Spezia, giunto alla XXI edizione, è stata ricca di soddisfazioni. Dopo la menzione d'onore ottenuta da Oro, Sole e Sangue nel 2014, Dodici Città ha ottenuto il Secondo Premio dell'edizione 2015!

Sono stato personalmente a La Spezia per ritirare il premio, una città bellissima che non conoscevo e che ho avuto occasione di visitare, peraltro assistito da splendide giornate primaverili.

Un sentito ringraziamento alla Giuria e a  tutti quelli che hanno contribuito a questo risultato. E' stata un'esperienza che porterò nel cuore..

M.B.

mercoledì 4 marzo 2015

Intervista a Radio Bruno Toscana

Ecco il link per ascoltare in streaming la mia intervista a Radio Bruno Toscana, andata in onda il 2 marzo 2015 nel corso di Artland - L'isola degli Artisti - programma condotto da Veronica Niccolai e Maria Grazia Cucchi: http://www.artlandradiotv.it/artland-puntata-n18

L'argomento? Ovviamente Dodici Città e, più in generale, il significato dei romanzi storici... Buon ascolto!

venerdì 27 febbraio 2015

Ieri, giovedì 26 febbraio, sono stato ospite dell'Istituto Omnicomprensivo del 7° Circolo Didattico di Imola (BO), dove ho incontrato una cinquantina di ragazzi delle classi 2B e 2E per un Laboratorio sulla scrittura creativa.
Aggiungi didascalia
Dato il programma scolastico, che includeva le scoperte geografiche nell'epoca Moderna, l'argomento principale è stato incentrato su Oro, Sole e Sangue (Leone Editore), romanzo che racconta la spedizione dei conquistadores di Hernan Cortés nell'odierno Messico. Dopo aver inquadrato con gli studenti il periodo storico - sul quale si sono dimostrati molto ferrati! - gli ho proposto di valutare possibili modifiche alla trama o al background di alcuni personaggi. E' stato un "gioco" piacevole, dal quale sono emersi spunti interessanti, e grazie al quale - soprattutto - i ragazzi hanno potuto avere consapevolezza del delicato gioco di incastri tra realtà e fantasia che è alla base di ogni romanzo storico.
Una bella esperienza formativa per tutti, che mi auguro di replicare. Ringrazio le insegnati, soprattutto Angela Bruno che è stata tramite per la realizzazione di questo progetto e Anna Garbesi. Un grazie anche a tutti i ragazzi della 2B e della 2E per gli autografi che mi avete chiesto: non avevo mai fatto tante firme tutte insieme!

M.B.

*Per chi volesse saperne di più sul romanzo, rimando al link seguente:
http://www.leoneeditore.it/catalogo/index.php?main_page=product_book_info&cPath=6&products_id=138

martedì 14 ottobre 2014

INTERVISTA A MASSIMILIANO COLOMBO

Oggi su questo blog ho l’onore di intervistare Massimiliano Colombo, un “pezzo da novanta” della narrativa italiana contemporanea, l’autore de La Legione degli Immortali, Il Vessillo di Porpora e Draco, L'ombra dell'Imperatore, tutti successi editi negli ultimi anni e già tradotti all’estero.
Dunque, Massimiliano, il tuo genere di riferimento è quello del romanzo storico-avventuroso, nel quale personaggi di fantasia interagiscono con personaggi realmente esistiti o si muovono sullo sfondo di vicende reali. Quando inizi a pianificare una storia, quanto peso dai alla componente di fantasia? E quanto a quella storica?

Massimiliano Colombo
L’idea iniziale della stesura di un libro parte da un fatto storico realmente accaduto al quale si affiancano uno o più personaggi inventati. Possiamo dire che nei primi momenti la fantasia é davvero minima perché cerco di recuperare quanto più materiale possibile riguardo agli avvenimenti realmente accaduti. Poche stringate righe di un autore latino di duemila anni fa possono fornire grandi idee e materiale sul quale creare storie meravigliose e personaggi incredibili. Un nome, un ritrovamento, una incisione funeraria, un oggetto, ed ecco che il passato torna a noi carico di mistero e magia. Tutte queste realtà interpretate con una forte dose di immaginazione creano una sorta di alchimia che trasforma i dati storici in espressioni, volti, che dall’oblio dei secoli tornano ad essere emozione e quindi vita.

Protagonisti dei tuoi romanzi sono spesso legionari romani, militari professionisti dalla forte tempra. In che misura ti rispecchi in loro?

Credo di essere nato con in mano un soldatino, ho disegnato e dipinto legionari romani fin dalla più tenera età e a dieci anni ho chiesto ai miei genitori di andare a Roma a vedere la tomba di Giulio Cesare. Porto quindi nei miei geni l’ammirazione e un profondo rispetto per tutti quelli che, nelle mutevoli stagioni della nostra storia, hanno dimostrato senso del dovere e onore di fronte ad una chiamata alle armi.
Tengo a precisare che la mia non è una sorta di esaltazione dello spirito guerriero, ma ammirazione per tutti quegli uomini che sono rimasti fedeli a dei principi e hanno continuato a lottare, nonostante la sorte avversa. Mi rispecchio in loro perché l’immagine di chi serve il proprio Paese è un modello di positività che a volte, purtroppo, la società non riconosce.

Mentre scrivi, ti rivolgi ad una tipologia di pubblico in particolare? E, secondo te, è giusto che lo scrittore rinunci a qualcosa di suo gusto per venire incontro alle esigenze dei lettori?

Vorrei non rivolgermi solo ad un particolare tipo di pubblico, ma è inevitabile, considerando che scrivo romanzi storici e quindi libri indirizzati ad appassionati del genere. I miei lavori vogliono trasmettere lo spirito di tempi antichi, ma il tutto deve essere fatto in chiave moderna inserendo quegli ingredienti che piacciono al lettore di oggi. Ritmo, equilibrio, suspense e una cosa che mi riesce difficilissima, quella di delineare un personaggio principale nel quale il lettore si identifica per vivere la storia.
Se non vengo incontro alle esigenze dei lettori purtroppo smetto di vendere, quindi non sarebbe molto producente riportare i fatti attenendosi scrupolosamente a modi di dire antichi o note esplicative a piè pagina. La storia deve correre, deve incantare, deve rapire, deve far provare l’ebbrezza di una cavalcata in corazza dando un’emozione, anche se magari non é espressamente attinente alla realtà dei fatti.


Progetti futuri che non siano top secret?

Sto scrivendo un libro sulla battaglia del Sentino e ne ho pronto un altro sulla campagna di Sertorio in Spagna, un’idea che era nel cassetto da prima che cominciassi a scrivere “Draco, l’ombra dell’imperatore”. Sertorio è una delle figure più controverse e discusse dalla storia di Roma e il libro è ambientato in Spagna, un paese che mi sta dando davvero molte soddisfazioni con la versione spagnola de La Legione degli Immortali, edita da Ediciones B, che è già arrivata alla sua terza edizione, traguardo che in Italia non è mai stato raggiunto. Peccato constatare che la Storia del più grande impero di tutti i tempi interessi poco agli italiani, chissà che paese sarebbe ora il nostro se ci fosse rimasta una piccola parte della tenacia e della mentalità vincente dei nostri antenati.

Facendo un passo indietro, come hai deciso di intraprendere la carriera dello scrittore? C’è un consiglio che ti senti di dare a chi si cimenta per la prima volta con il mondo dell’editoria?

Ho iniziato a scrivere perché era più bello che leggere. Ho iniziato a scrivere perché così facendo mi sembrava di parlare con tutti quei personaggi storici che ho amato fin da piccolo. Non leggo di Claudio Flavio Giuliano, vivo con lui per cinquecento lunghe pagine, due anni e mezzo di lavoro nei quali mi sembra di averlo realmente conosciuto. È innegabile che io abbia fatto un pezzo delle mia vita in sua compagnia, ogni giorno, ogni notte.
Ho iniziato a scrivere perché così facendo posso fermare il tempo, riprendere in mano una delle pagine scritte e ricordarmi di quella serata, di quel pensiero, di quel particolare momento. Tra quelle righe ci sono io, i miei sogni questa grande passione per quegli uomini che hanno saputo fermare l’attimo e creare il nostro passato, regalarci qualcosa che utilizziamo senza riconoscenza e gratitudine: il progresso.
Un consiglio a chi vuole provarci? Non aspettatevi nulla, l’editoria é spietata e l’impegno profuso nel vostro lavoro non sarà ripagato. Dati ISTAT alla mano, in Italia sono state pubblicate nel 2014 ben 38.394 opere, stiamo parlando di un libro ogni 15 minuti. A quanto pare sono più gli scrittori che i lettori e la tendenza a non leggere è in aumento.
Ma se nonostante i dati, nonostante la sorte avversa, nonostante la mediocrità dell’editoria,  nonostante il possibile fallimento del vostro progetto, sentite di poter trasmettere delle emozioni, allora scrivete. Scrivete perché volete sognare, perché vi volete divertire, scrivete perché almeno non passerete una serata sui social network o davanti alla televisione. Scrivete perché tra quelle righe vi perderete e amerete  la vostra creazione, scrivete perché potrete dare un peso alle parole che la vita reale non concede, scrivete perché tra quelle righe ritroverete una parte di voi che non sapevate esistesse.
L’audacia ha in se genio, potere e magia, qualunque cosa desideriate fare, cominciatela. Adesso.
            

Grazie mille per la disponibilità, Massimiliano. Speriamo dunque di trovare presto in libreria un’altra delle tue entusiasmanti opere.

Matteo Bruno



giovedì 18 settembre 2014

Presentazione di Dodici Città a Velimna 2014

Con Tinia, il principale dio etrusco
Lo stand al Cva di Ponte san Giovanni
Si è conclusa la bella esperienza di Velimna 2014 durante la quale ho avuto la possibilità di presentare Dodici Città in un ambiente affascinante e caratteristico. Infatti per un romanzo di ambientazione etrusca non poteva esserci scenario migliore dell'annuale festa organizzata a Ponte San Giovanni (Pg) dalla Pro Ponte: una "full immersion" di quattro giorni tra cibi d'epoca, figuranti splendidamente abbigliati e artigianato antico; il tutto reso ancor più interessante dalla sfilata durante la quale oltre trecentocinquanta figuranti hanno passeggiato per le vie del quartiere come i nostri antenati di due millenni e mezzo fa.

Approfitto per ringraziare non solo la Pro Ponte che mi ha permesso di prendere parte all'evento (in particolar modo Roberta Cardinali che, senza nulla togliere agli altri, è stata la mia referente nell'allestimento dello stand al Cva), ma anche tutti coloro che a vario titolo hanno contribuito al successo della manifestazione: Brigitta Santini, bellissima e preziosa collaboratrice, Silvia Meschini, per le tavole disegnate, Filippo Fagioli di Philms per l'intervista a margine della presentazione (visibile su YouTube), Leonardo Varasano e Rolando Zucchini, intervenuti come relatori.
Un momento della sfilata

Per chi vorrà, non mi resta che augurarvi buona lettura! Dodici Città ha l'ambizione di portarvi nell'Etruria di 2.500 anni fa per farvi vivere un'avventura ai confini del mito, tra storia e leggenda. Dardano, fabbro nato etrusco ma cresciuto a Roma, cosa farà quando Porsenna radunerà le Dodici Città etrusche per muovere guerra alla città sul Tevere? Seguirà il suo cuore o si farà sballottare dalle capricciose divinità che lo guideranno per mezzo della Lacrima della Luna? E cosa ne sarà dell'amore proibito tra la ninfa Agilla e Trasimeno?

Mi auguro che lo scopriate in molti. La festa di Velimna è terminata ma Dodici Città resta e potrete trovarlo in tutte le librerie!

M.B.


domenica 24 agosto 2014

Una Storia dimenticata: la battaglia di Bladensburg e l'occupazione di Washington D.C.

Il generale Robert Ross
Il 19 agosto 1814, nell'ambito della guerra anglo-americana del 1812-15, un contingente di quattromilatrecento veterani britannici agli ordini del generale Robert Ross prese terra nel Maryland, nei pressi di Benedicte, cittadina alla foce del fiume Patuxent. La Royal Navy già da un anno aveva il controllo effettivo delle acque della baia di Chesapeake, cosicché le operazioni di sbarco non incontrarono ostacoli. Il contingente era stato pensato per spostarsi rapidamente e disponeva di soli tre cannoni leggeri, ma compensava con ben sessanta batterie lanciarazzi, più facilmente trasportabili. L’esercito guidato da Ross era composto da quattro reggimenti di fanteria (il 4°, il 21°, il 44° e l’85°), uno di Royal Marines, uno di Marines coloniali (ex-schiavi liberati) e poco meno di trecento marinai. Si trattava interamente di veterani che avevano servito l’anno precedente in Europa sotto il Duca di Wellington, e lo stesso generale Ross si era fatto le ossa nella campagna appena conclusasi con la liberazione della Spagna dai francesi.
A Washington, nei palazzi del potere, allo sbarco seguirono momenti di concitazione. Il Segretario alla Guerra Armstrong non credeva veramente che l’obiettivo dell’attacco britannico fosse stato la capitale. Egli pensava piuttosto a Baltimora, città situata cinquanta chilometri a Nord-Est, che sarebbe stata certamente un obiettivo più significativo sia militarmente che economicamente. Aveva ragione a metà. Infatti gli ordini di Ross erano di marciare dapprima su Washington, e poi anche su Baltimora. Prima di tutto, gli inglesi erano intenzionati a mandare un messaggio all’America e al mondo. Per questo erano determinati a violare la città più simbolica: Washington D.C.

 La brigata britannica iniziò subito a risalire il corso del fiume Patuxent, distruggendo tutte le imbarcazioni che trovò lungo il cammino. Il 21 agosto, fu impegnata in una scaramuccia con alcuni miliziani del Maryland, e la notte seguente, dopo aver percorso circa sessanta chilometri tra paludi afose e miasmatiche, era ormai alle porte della capitale. Non c’erano forze americane significative tra gli uomini di Ross e il loro obiettivo, tanto che se il generale avesse proseguito la marcia, la mattina successiva sarebbe entrato in città senza trovare la benché minima opposizione. Invece si fermò per l’intera giornata del 23 agosto, per far riposare i suoi uomini e farli riprendere dal clima impossibile. Infatti le condizioni di caldo umido al limite della sopportabilità e la zona paludosa, avevano sfiancato molti soldati, appesantiti tra l’altro dall’equipaggiamento necessario. A causa della velocità con la quale era stata preparata l’invasione, la brigata non aveva sufficienti carri da trasporto, cosicché molti uomini erano stati costretti a trasportare un peso superiore al normale; pare addirittura che un paio di soldati collassarono a terra, morti.
Il comandante del decimo distretto militare americano (area nella quale ricadeva la capitale) era William Winder, un pavido ufficiale sovente tacciato di inettitudine dai posteri. Almeno aveva già avuto il battesimo del fuoco, poiché era stato catturato dagli inglesi sui Grandi Laghi, e restituito come da prassi nel corso di uno scambio di prigionieri. Egli inizialmente non sapeva se gli inglesi stessero puntando su Washington o su Baltimora cosicché, nel dubbio, rimase inattivo e perse tempo prezioso. Quando divenne chiaro che l’obiettivo più immediato era la capitale, Winder divise le forze in due colonne, in modo da presidiare i due possibili punti di accesso: quello meridionale e quello nord-orientale. Winder disponeva di forze regolari con il contagocce: appena trecento fanti e centoventi dragoni, che si trovavano a Washington per questioni legate più che altro al cerimoniale. Per difendere la città, fu quindi costretto a reclutare in tutta fretta una milizia tra i cittadini del Maryland. La popolazione rispose comunque con inatteso entusiasmo, ed in pochissimi giorni Winder riuscì ad armare circa seimila uomini, sebbene il bacino potenziale fosse di almeno il doppio. Inoltre, il contingente americano poteva contare su dieci cannoni di vario calibro, alcuni dei quali sottratti dalla difesa degli edifici cittadini più importanti. L’entusiasmo non mancava, e il terrore che si era diffuso tra gli abitanti della baia di Chesapeake fin dalle incursioni di Cockburn dell’anno precedente fu sufficiente a smuovere molti anche tra i più riluttanti. Tuttavia, determinazione e coraggio non sempre riescono a sopperire alla mancanza di preparazione e di addestramento.
E questo è ciò che avvenne alle porte di Washington. 

A mezzogiorno del 24 agosto 1814, una giornata scura e nuvolosa, il generale Ross, dopo aver sferrato un modesto diversivo verso Sud,  raggiunse Bladensburg, la porta d’accesso nord-orientale della città. In quel momento, gli inglesi erano ad appena sei miglia (nove chilometri) dalla Casa Bianca. Fu lì che Winder, prima di ritirarsi nelle retrovie in modo francamente disdicevole, aveva lasciato alle truppe americane l’ordine di “tenere la miglior posizione (…) e in caso di attacco resistere il più a lungo possibile”. Erano disposizioni che da sole trasudavano di drammaticità e di disperazione.
Comunque, la posizione degli inglesi non era del tutto favorevole poiché essi, per avanzare dal corso del Patuxent fin verso le linee americane, avrebbero dovuto attraversare il ramo orientale del fiume Potomac, scavalcato dal ponte di Bladensburg. Se fosse stato un comandante appena passabile, Winder si sarebbe assicurato di bruciarlo, ma a causa di un difetto di comunicazione tra lui e i suoi ufficiali, l’ordine non venne eseguito, e gli inglesi lo attraversarono senza problemi. Gli inesperti miliziani del Maryland, molti dei quali impugnavano un moschetto per la prima volta, si trovarono faccia a faccia con i veterani di Ross non appena questi ebbero superato il ponte.
Gli inglesi non persero tempo e caricarono subito il fianco sinistro. Poi investirono anche quello destro e, dopo averli entrambi scompaginati, attaccarono il centro dello schieramento nemico. Questo, attestato su alcune trincee poco profonde scavate in tutta fretta, fece fuoco sulla linea compatta delle giubbe rosse che marciava decisa in avanti. Un efficace fuoco di artiglieria supportò il tiro dei miliziani, ma i veterani inglesi, temprati dalla micidiale campagna condotta in Spagna, non si scomposero per qualche perdita, e continuarono a marciare con convinzione. A distanza di carica, i soldati di Ross innestarono finalmente le baionette, e assaltarono la linea americana provocando un fuggi-fuggi generale. Alcune salve di fucileria esplose sui fuggiaschi, bastarono a completare l’opera tra l’ilarità degli ufficiali britannici più anziani, i quali avevano persino scommesso su un esito del genere.
Quella di Bladensburg, fu senza dubbio una delle battaglie più ignobili della lunga storia militare americana. Per descriverla, sono ormai stati utilizzati tutti gli aggettivi più indecorosi; la calca e la foga di mettersi in salvo, fecero sì che diversi americani feriti furono calpestati dagli stessi commilitoni. Secondo Charles Bowe, un afroamericano che combatté quel giorno per il Paese del quale sentiva di essere parte, i miliziani corsero via “come un gregge di pecore”.
Artiglieri americani a Bladensburg
Ufficialmente, tra gli americani si contarono solo ventisei caduti, ma è molto probabile che nella confusione del momento le perdite non furono tutte registrate. Daniel Walker Howe, storico contemporaneo, scrisse che “si trattò della più grande disgrazia mai patita dai colori americani” e addirittura “l’episodio più umiliante della storia americana”.  Probabilmente questo non è lontano dal vero. Ad aggravare la situazione, Winder non aveva lasciato disposizioni precise su cosa fare in caso di ritirata, cosicché i superstiti si dispersero senza avere un luogo di raccolta preciso, e moltissimi ritornarono alle loro famiglie.
La battaglia si era conclusa in poco più di un’ora. Anche se gli inglesi a loro volta avevano patito una sessantina di perdite, soprattutto a causa dell’intenso fuoco di artiglieria, ora nulla più si frapponeva tra la spedizione punitiva degli uomini di Sua Maestà e la capitale degli Stati Uniti.

L’OCCUPAZIONE DELLA CAPITALE. Giunta notizia del disastro, a Washington si diffuse il panico. Chiunque fosse in grado di farlo, lasciò le proprie abitazioni sparpagliandosi nelle campagne, a piedi, a cavallo, e persino famiglie intere in carrozza. Anche il Presidente Madison, che aveva assistito alla battaglia da un’altura, dovette lasciare in gran fretta la Casa Bianca, costretto ad una evacuazione d’emergenza che si è ripetuta solo una seconda volta nella storia americana: l’11 settembre 2001, centottantasette anni dopo, con protagonista George W. Bush.
Prima di allontanarsi dalla capitale con tutto il governo, Madison ebbe premura di far rimuovere tutte le carte più importanti e i documenti di rilevanza nazionale dalle sedi governative, tra i quali le copie originali della Dichiarazione d’Indipendenza e della Costituzione. La sera stessa della battaglia, le avanguardie britanniche entrarono nella nuovissima città, la cui costruzione era stata ultimata solo tredici anni prima. All’inizio del XIX secolo, Washington D.C. aveva solo poche migliaia di abitanti (cinquemila quando venne completata nel 1801, forse saliti a ottomila nel 1814), la maggior parte dei quali la abbandonarono nelle ore intercorse tra la battaglia e l’ingresso delle avanguardie. Tutti gli altri, si barricarono nelle abitazioni, sprangando porte e finestre. Proprio a ridosso di uno dei primi edifici della città, all’angolo tra Maryland e Constitution Avenue, si verificò l’unico scontro a fuoco dell’occupazione, quando alcuni miliziani spararono da una finestra sui soldati in marcia, facendo una vittima e qualche ferito. Per rappresaglia, il palazzo venne immediatamente dato alle fiamme, ma è probabile che i cecchini fuggirono subito dopo gli spari.

Ben presto, Ross e i suoi reparti sfilarono su Pennsylvania Avenue al seguito della Union Jack. Si affacciarono ai cancelli della Casa Bianca appena evacuata e ne violarono il perimetro. La capitale degli Stati Uniti aveva solo pochi anni di vita, ma il suo valore altamente simbolico era già ben impresso nella coscienza degli americani. Come già detto, le intenzioni dell’esercito invasore non erano tanto quelle di occupare stabilmente Washington, ritenuto un obiettivo strategicamente trascurabile, quanto piuttosto quelle di “creare un effetto politico devastante” (Roger Morriss).
Quel 24 agosto 1814, fu senza dubbio una delle giornate più umilianti mai vissute dagli Stati Uniti; certamente la più umiliante fino a quel momento. In quelle ore di terrore e di incertezza, quando l’indipendenza stessa della Nazione – conquistata con il sangue dalla generazione precedente – sembrava appesa ad un filo, spiccarono la calma e la fermezza della First Lady, descritta dalle cronache del tempo come serena e fiduciosa, in mezzo ad un mare di panico. Secondo diverse voci diffusesi in seguito, fu proprio Dolly Madison in persona a rimuovere la pesante cornice del dipinto di George Washington che campeggiava nella residenza presidenziale per meglio metterlo in salvo. Tuttavia questa versione, circolata a lungo, è in realtà falsa, poiché Paul Jennings, uno schiavo ed un testimone oculare, più tardi riferì che “questo è totalmente falso. Non avrebbe avuto il tempo di farlo; sarebbe stata necessaria una scala a pioli per tirarlo giù (il dipinto ndr.). Tutto ciò che lei riuscì a mettere in salvo fu l’argenteria”. Jennings aggiunse che il dipinto, effettivamente messo in salvo, fu tirato giù da “John Susé (un francese che faceva il portiere e che è ancora vivente [al tempo in cui Jennings rilasciò questa dichiarazione ndr.]) e Magraw, il giardiniere del Presidente”. Lo stesso testimone aggiunse che “quando i britannici arrivarono (alla Casa Bianca) mangiarono la cena e bevvero i vini che avevo preparato per il Presidente”.
Poi i soldati portarono via diversi oggetti di valore, economico ma non solo, tra i quali anche le lettere personali che il Presidente aveva indirizzato alla moglie al tempo del fidanzamento. Quella notte stessa, dopo il bivacco, appiccarono il fuoco alla residenza presidenziale, aggiungendo del combustibile in modo che l’incendio non si esaurisse brevemente. L’ordine di incendiarla fu dato dal generale Ross in persona, il quale eseguiva una direttiva proveniente dal governatore generale del British Territory, George Prévost. Il gesto, oltre che a sfregiare i simboli più importanti del Paese nemico, era da intendere come rappresaglia all’incendio che le milizie newyorkesi avevano appiccato a York l’anno precedente. Secondo le leggi di guerra vigenti al tempo, non era illegale distruggere edifici pubblici di una Nazione nemica, purché venissero prese le misure adeguate ad evitare danni alla popolazione civile, cosa che a quanto pare Prévost si raccomandò di fare. Stessa sorte toccò, a stretto giro, a molti edifici che fino al giorno precedente erano stati i centri nevralgici della vita politica americana, compresa la sede del Congresso (Capitol Hill), del Dipartimento della Guerra e di quello del Tesoro.
Poche ore dopo la disfatta di Bladensburg, Washington D.C, era in fiamme!

La Casa Bianca in fiamme
 I danni prodotti agli arredi interni degli edifici incendiati furono pressoché totali, ma le spesse mura e una forte pioggia che iniziò a tamburellare quella notte stessa, permisero almeno di salvare le pareti esterne e i muri portanti. Diversi documenti andarono perduti, e la libreria del Congresso fu completamente bruciata. Secondo alcuni, le fiamme furono visibili lungo tutto il corso del fiume Patuxent, fino anche a Baltimora, ma in realtà la cosa appare poco probabile.   
Il giorno successivo, anche l’ammiraglio Cockburn volle entrare in città e, giunto di fronte alla sede del “National Intelligencer” (un quotidiano pubblicato nella capitale tra il 1801 e il 1867), ordinò di incendiarla, risentito dal fatto che poco tempo prima il giornale lo aveva definito “il Ruffiano”. A quel punto, pare che alcune donne residenti nell’edificio contiguo lo avessero implorato di ritirare l’ordine, temendo che le fiamme potessero estendersi alle loro abitazioni. Cockburn, convinto dalle argomentazioni, ordinò allora di smontare la costruzione “mattone per mattone”.
A partire dal pomeriggio del 25 agosto 1814 – unico giorno della storia nel quale Washington fu invasa da truppe straniere (un’altra capitale americana, Filadelfia, era stata invasa nel 1777) – , le condizioni meteorologiche continuarono a peggiorare, e gli incendi finirono per esaurirsi. A quel punto, le truppe inglesi furono loro malgrado coinvolte in due episodi drammatici che avvennero nel giro di poche ore, dando più tardi la sensazione agli americani che un ‘Fato’ luttuoso si fosse abbattuto sugli indesiderati occupanti. Il giorno precedente, evacuando la città, gli americani avevano lasciato 150 barili di polvere da sparo nei sotterranei di Fort McNair, probabilmente per dimenticanza. Gli inglesi, avendoli scovati ma non potendo trasportarli, si adoperarono per farli brillare. Ma durante l’operazione qualcosa andò storto e una deflagrazione devastante distrusse gran parte del forte, uccidendo almeno trenta soldati. Subito dopo quest’evento, quando i soccorsi erano ancora in pieno svolgimento, un gigantesco uragano con raffiche di vento e fulmini si abbatté sulla città. Alcuni alberi furono sradicati, molti tetti scoperchiati, e persino un tornado iniziò a formarsi nella campagna circostante e a dirigersi verso il centro cittadino. Diverse persone furono ferite, sia tra i soldati che tra i civili, e forse qualcuno restò ucciso. George Robert Glelg era un soldato britannico tra quelli che entrarono in città, il quale successivamente descrisse l’evento con queste parole: “i lampi e i bagliori (del temporale) sembravano rivaleggiare con le fiamme che ardevano dai tetti degli edifici incendiati, mentre i tuoni coprivano il rumore dei muri che si sgretolavano”. Tuttavia eventi estremi di questo tipo sono relativamente frequenti alla fine di agosto lungo la costa atlantica degli Stati Uniti e, anche se di solito tendono a verificarsi un po’ più a Sud, la capitale americana ne è stata vittima diverse volte.
Fatto sta che gli inglesi si ritirarono nella tempesta, cercando rifugio sulle navi ancorate nel Potomac, alcune delle quali vennero seriamente danneggiate. In questo modo, lasciarono di fatto la città dopo sole ventisei ore dall’ingresso delle avanguardie. Successivamente, la leggenda popolare americana, rafforzata dalla piega successiva presa dagli eventi, ha ammantato le sciagure di quel giorno con un’aurea di predestinazione, come se una sorta di ‘punizione divina’ avesse fatto giustizia dello scempio perpetrato.



In ogni caso, già il 25 agosto la brevissima occupazione e la peggiore giornata mai vissuta da Washington D.C. era alle spalle, e a poco a poco la vita riprese: la guerra continuava, certo, ma gli sfollati nelle campagne iniziarono a tornare nelle loro abitazioni (o in ciò che ne rimaneva) e il Presidente stesso, debilitato nel già gracile fisico da tre notti trascorse all’aperto, rientrò alla Casa Bianca il 27 agosto, accompagnato dalla moglie Dolly.
Come nuova capitale provvisoria nella quale trasferire il governo, fu proposta la città di Cincinnati, nell’Ohio, lontano da altre possibili incursioni britanniche. Ma Madison rifiutò categoricamente di trasferirsi, e fece riunire tutti i ministri nella sede generale delle Poste, uno dei pochi edifici pubblici rimasti in piedi. Il segnale non avrebbe potuto essere più chiaro. La ricostruzione della Casa Bianca iniziò al termine della guerra, e fu completata in due anni con l’aggiunta del famoso portico, in tempo per l’insediamento di James Monroe, il nuovo Presidente.

Gran parte degli oggetti trafugati quel giorno andarono purtroppo perduti quasi subito: tre mesi più tardi, la notte del 24 novembre 1814, nel corso di una tempesta, la nave HMS Fantome diretta in Inghilterra affondò al largo della Nuova Scozia, trasportando con sé gran parte dei valori (e rafforzando la cosiddetta ‘maledizione di Washington!’). Tuttavia, alcuni oggetti furono recuperati nel corso del tempo. Il fatto più curioso avvenne nel 1939, quando un anziano e distinto signore inglese che volle rimanere nell’anonimato, si presentò dal Presidente Franklin D. Roosevelt con una scatola di gioielli, asserendo di volerla restituire dopo che il bisnonno l’aveva trafugata dalla Casa Bianca nel 1814. Prima dell’incendio, inoltre, la residenza era nota semplicemente come ‘Casa del Presidente’ o ‘Palazzo del Presidente’ e comunque non aveva un nome ufficiale. L’espressione ‘Casa Bianca’ iniziò a circolare tra gli operai durante i lavori di ricostruzione, ed ebbe subito tantissimo successo. Fu adottata ufficialmente nel 1901.